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Il pesce rosso non si annoia

Scritto da:

Elia Mercanzin

“Riforme”, “Competitività”, “Privatizzazioni”.

Questa laica trinità viene celebrata, con un instancabile e ossessivo accanimento, da almeno 3 anni a questa parte, nelle liturgie dei tecnici e dei politicanti di governo, assistiti dal megafono dei mass media allineati.
In realtà, al di la delle facce che si succedono sul palcoscenico, in tutto ciò non c’è nulla, proprio nulla di nuovo, di innovativo, anzi, comincia a essere un ritornello discretamente noioso: è in playlist da 50 anni!
Ovviamente chi non ha memoria storica, invece, come il pesce rosso, non si annoia mai e batte il piedino a tempo come fosse una new entry nella hit parade.

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“Ridurre lo Stato per fare grande la Nazione”

Uno slogan brillante, vero?

La quintessenza dell’ideologia liberista (l’entità statale vista come palla al piede della Nazione a prescindere) mixata con lo slancio visionario del politico di razza.

Uno slogan in formato social, twitter-friendly: il nostro presidente del consiglio è sempre sul pezzo.

Purtroppo per lui, è un banalissimo fake.

In realtà, questo slogan è stato coniato grossomodo 40 anni fa da un distinto signore argentino, che risponde(va) al nome di Jose Alfredo Martinez de Hoz, tornato alla casa del padre nel 2013 con 87 primavere sul groppone.

Ho inserito il finto tweet renziano per rendere tangibile un linguaggio politico-economico senza tempo e senza patria, totalmente decontestualizzabile e svincolabile dal momento storico che lo ha generato e, soprattutto, trasferibile a piacimento bidirezionalmente nello spazio e nel tempo senza timore di tradire la propria vera età e provenienza originaria.

Parole e concetti a proprio agio nel 1976 in Argentina come nel 2015 in Italia perché il filo conduttore ideologico è il medesimo:

Spingere lo Stato (e quindi il controllo democratico) ai margini del sistema economico per lasciare campo libero al Mercato che, in quanto massima espressione del concetto di competitività, è l’unica entità in  grado di produrre una razionale allocazione delle risorse (così dicono).

Qui sta l’inquietante noia liberista: sempre la solita storia da 50 anni a questa parte.

Secondo questa linea di pensiero, lo Stato (che nella sua essenza è “semplicemente” un ente organizzatore) è il male da estirpare.

A differenziare l’apparato pubblico Svedese da quello della Corea del Nord per questi signori esistono semplici e trascurabili sfumature: in entrambi i casi c’è sempre e comunque troppo Stato.

Non è determinante la qualità degli uomini chiamati a dirigere la cosa pubblica: in quanto soggetti “regolatori” sono in partenza rappresentanti di una anomalia.

Gli elementi di monotona ripetitività storica, purtroppo, non riguardano esclusivamente il linguaggio ma anche e soprattutto i provvedimenti di politica economica che le parole sottendono e, quasi sempre, nascondono.

La lista di nazioni che hanno subito la cura liberista è discretamente affollata (Cile, Bolivia, Russia, Regno Unito per citare i più eclatanti) ma a questo punto restiamo in Argentina che come esempio è, come si dice, paradigmatico.

José Alfredo Martinez de Hoz

Chi è José Alfredo Martinez de Hoz ?
Rampollo di una delle più influenti famiglie latifondiste argentine, nei primi anni sessanta del secolo scorso, diventa lobbista per Acindar, uno dei maggiori produttori di acciaio del paese, divenendone amministratore delegato nel 1968. Sette anni più tardi, sfruttando gli storici rapporti familiari con le forze armate, reprime una rivolta sindacale all’interno dei propri stabilimenti che portò all’arresto di oltre 300 lavoratori (la maggior parte dei quali finirono “misteriosamente” assassinati).
Un palmares di tutto rispetto non c’è che dire.
Chi meglio di lui poteva assumere il ruolo di ministro dell’Economia dopo un colpo di stato?
Nessuno.
Infatti, fu scelto da Jorge Videla come plenipotenziario del dicastero più importante del governo, poltrona che conservò dal 1976 al 1981, passando alla storia come l’architetto delle riforme strutturali liberiste implementate con la rapidità e radicalità che solo una dittatura militare può garantire, in un contesto di Shock sociale.

Di che riforme si trattò?

Sotto l’ombrello protettivo dei militari operò in coerenza con la prima parte della sua dichiarazione di intenti: “Achicar el Estado es agrandar la Nación”.

(Sulla seconda parte stendiamo un velo pietoso).

Martinez de Hoz, mentre il paese sprofondava nel terrore delle uccisioni e dei rapimenti, preparò in breve tempo il proprio programma nella convinzione (credenza?) che l’inefficienza del sistema economico e la piaga dell’inflazione fossero legate alla presenza eccessiva di norme a tutela del mercato interno e di un apparato statale invasivo.

Eccessive garanzie che

“…hanno viziato la mentalità del popolo e degli operatori economici argentini”.

Parole che riportano alla memoria qualcosa di molto simile e di molto recente…

durezza del vivere Padoa Schioppa

… stringi stringi, il concetto di fondo è sempre lo stesso… che dite?

Il programma del ministro argentino si concretizzò in una serie di provvedimenti in successione: man mano che i primi producevano risultati scarsamente soddisfacenti (in ogni caso non risolutivi), altri ne vennero aggiunti per correre ai ripari in una spirale sempre più (apparentemente) disperata.

  • comprimere legislativamente i diritti sindacali (già di fatto annullati dal terrorismo operato dalle squadre della morte militari e para-militari).
  • congelare l’adeguamento programmato dei salari
  • eliminare gli aiuti statali al sistema manifatturiero domestico
  • abolire il controllo pubblico sui prezzi dei beni di prima necessità
  • eliminare i vincoli alle esportazioni (che favorivano il soddisfacimento prioritario della domanda interna soprattutto per quanto riguarda le materie prime e i prodotti agricoli),
  • cancellare le barriere commerciali al fine di aprire il paese ai mercati internazionali.
  • eliminare i controlli governativi sul sistema bancario e finanziario.
  • sgravare gli istituti di credito dalle perdite legate a “crediti inesigibili” trasferendoli allo Stato
  • drogare il sistema economico attivando un creativo e totalmente artificiale aggancio monetario col dollaro statunitense
  • eliminare i vincoli sui movimenti di capitale in entrata e in uscita
  • eliminare i vincoli che regolamentavano gli investimenti stranieri nel paese

Al termine della sua esperienza di governo, nel 1981, Martin de Hoz consegnò al successore un sistema produttivo manifatturiero domestico devastato (dalla concorrenza delle produzioni straniere più appetibili affluite senza alcun limite o controllo), un debito con l’estero mostruoso (sia in termini commerciali che prettamente finanziari con FMI e grandi banche internazionali), una classe media sprofondata nella povertà e gli strati più popolari abbandonati alla miseria più nera.

Il tutto senza che l’inflazione, vera e propria ossessione dei liberisti di tutto il mondo e di tutte le epoche, fosse stata messa realmente sotto controllo; il tutto senza aver introdotto alcun tipo di evoluzione virtuosa nell’impostazione economica strutturale del paese.

Un fallimento totale quindi?

Si e No.

Dipende dai punti di vista.

Per i grandi latifondisti, per gli oligarchi dell’industria pesante, gli importatori di beni dall’estero, per le multinazionali straniere, per gli speculatori finanziari e il sistema bancario in generale fu un grandissimo successo: 5 anni di orgia liberista senza regole, senza scocciature sindacali, senza responsabilità sociali, senza limiti ai profitti e con ampi paracadute per gli eventi sfortunati.

Da qualche parte nella vostra testa è affiorato un qualche strano senso di Dejà vù dopo questa sintesi?

Notate le similitudini (eufemismo) con quanto sta accadendo qui, oggi, in Europa e in Italia?

Se unite i puntini è facile notare come la figura che si forma è perfettamente sovrapponibile alla situazione macro-economica creata dall’adozione della moneta unica nel vecchio continente.

Stiamo assistendo alla compressione delle garanzie al mondo del lavoro? Sì.

Abbiamo assistito al progressivo arretramento dello Stato dall’economia attraverso privatizzazioni e dismissioni? Sì.

I governi nazionali (più o meno eletti democraticamente) hanno perduto le prerogative decisionali in campo economico a favore di enti sovranazionali che decidono in totale autonomia e indipendenza (come fossero un giunta militare)?

È evidente.

Constatiamo gli effetti devastanti dell’adozione sostanziale di un sistema di cambi fissi del tutto artificiale nei rapporti commerciali tra paesi con diversa struttura economica? Sì.

Il progressivo impoverimento della classe media? È sotto agli occhi di tutti.

I vari fondi “Salva stati” rappresentano una forma evoluta di socializzazione delle perdite del sistema bancario in tutto simili ai provvedimenti di Martin de Hoz? Chiaramente sì.

La moneta unica è lo strumento perfetto per la libera movimentazione di capitali tra economie, senza rischi di cambio? ça va sans dire… Sì, certo.

Disoccupazione e disperazione endemiche chiudono il cerchio.

L’€uro rappresenta, a tutti gli effetti, il perfezionamento tecnico, organizzativo e strategico dello standard liberista: persegue il medesimo obiettivo di massima – il trasferimento netto (rapina) di ricchezze dalla comunità verso una ristretta élite di rentiers –  senza dover ricorrere alla violenza fisica istituzionalizzata per garantirne il raggiungimento.

Nella sostanza, abbiamo assistito ad una gigantesca opera di maquillage comunicativo (ipnosi?) che ha reso la moneta unica, unitamente all’impianto tecnocratico-ideologico dell’Unione Europea che la sostiene, il cavallo di Troia utilizzato per introdurre il mostro liberista (o per meglio dire lo schema predatorio di cui sopra) su larga scala all’interno di un sistema culturale, sociale ed economico complesso.

In conclusione, il problema chiave non è tanto questa o quella politica economica, quanto l’assenza di memoria storica della contemporaneità, che rappresenta l’unico strumento a disposizione della società per intercettare e riconoscere il ripresentarsi di determinati fenomeni.

Società che oggi assomiglia a un gigantesco acquario dove sguazzano milioni di pesci rossi smemorati e impauriti che percepiscono concetti polverosi, ingannevoli e ripetutamente fallimentari (per la maggioranza; di successo per una minoranza), come opportuni, a volte perfino affascinanti e innovativi.

In ogni caso, senza alternativa.

Fonti e riferimenti:

Shock Economy

Wikipedia

Historiabiografias.com

The Economic Accomplices to the Argentine Dictatorship 

1976. El golpe Civil.

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